Leggendo Ulrich Beck, di Antonio Borrelli

“Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro”.

Non la piena occupazione, né la società dei saperi. L’analisi di Beck, anche lui appartenente alla prestigiosa squadra della London School of Economics, poggia su una tesi di fondo: la mutazione del lavoro nella seconda modernità.
Le “multiattività nomadi” contrassegnano uno scenario inedito nell’Occidente opulento, e lo avvicinano, per analogia, al Terzo Mondo.
L’economia dell’insicurezza, citando Beck, è il nuovo dominio della nostra società, destinata a vedere un ceto medio impoverito. A questo livello si situa la rottura di un patto storico tra “capitalismo, democrazia e stato sociale”.
La chiave di volta della nuova architettura sociale è il riconoscimento del lavoro precario e

flessibile come lavoro discontinuo, ossia “il diritto alla scelta del proprio tempo di lavoro”. All’interno di questo quadro, la dimensione dell’agire politico si colloca in chiave transnazionale e postlocale.

Un’antitesi alla “società del lavoro” al momento non esiste.
Tra i modelli sociali conosciuti solo nella polis greca e a Roma, il lavoro era una condizione di illibertà politica. Con la nascita della borghesia, Saint Simon conia il termine “industria” in opposizione all’ozio nobiliare: gli uomini industriosi erano la nuova classe sociale in ascesa.
La seconda modernità o “modernità riflessiva” ha rapidamente accelerato e radicalizzato la modernizzazione, abbattendo le caratteristiche della prima modernità. Non ci sono, infatti, nuove elites pronte ad affermarsi, né utopie sociali, né fronti di conflitto, né una società divisa in classi.
Altro elemento è la crisi della famiglia e dello stato sociale.
La seconda modernità si caratterizza, dunque, come rivoluzione degli effetti collaterali: assumono valore concetti come “indeterminatezza”, “ambivalenza”, “contraddizione”.

Lo stesso concetto di globalizzazione assume due significati diversi a seconda del contesto.
Per la prima modernità, essa è un semplice processo di sommatoria di entità geografiche; nella visione della seconda modernità, la globalizzazione, invece, cambia le relazioni tra gli stati e de territorializza il sociale.
I processi economici perdono il legame con un luogo specifico. Lo slogan “il capitale è globale, il lavoro è locale” rende bene l’idea di un capitale ben coordinato a livello mondiale e di un lavoro che tende sempre più ad individualizzarsi.
Quale futuro, dunque, per la democrazia ? Essa riuscirà a sopravvivere in chiave transnazionale solo se ci sarà una cooperazione tra la politica statale e la politica multinazionale, coscienti del loro ruolo politico di interdipendenza.

Quali sono gli scenari possibili del lavoro nella seconda modernità ? Beck ne elenca ben dieci.
Per l’economia politica classica non esiste una società senza lavoro. Anche nel modello della società del sapere, il passaggio dalla prima alla seconda modernità sarà tale per cui “il sapere, non il

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lavoro diventerà la fonte della ricchezza sociale”. Essa non produce nulla di nuovo, ma investe tutti i campi della produzione e concatenando tutti gli ambiti di attività (ideazione, gestione, consumo).
Alla radice delle nuove disuguaglianze la disparità dei saperi.
Nota, invece, la tesi di Rifkin sulla fine del lavoro di massa. Le nuove tecnologie sono all’origine di una crescita smisurata di produttività cui non fa riscontro un aumento di posti di lavoro.
Interessante il modello della società “delle attività plurali”: qui il lavoro retribuito è solo una parte di una serie di attività che riguardano la cura della famiglia, il volontariato e l’attività politica.
Una società, questa, che critica, sulla scorta delle analisi femministe, il valore assoluto dell’attività professionale come datrice di status.
La società delle attività plurali, è di certo un modello ambivalente. Essa implica una grande flessibilità del lavoratore, in uno scenario che può prevederne l’uso su più fronti aziendali. Il modello di lavoratore che ne emerge è quello di un lavoratore “multiplo”, che associa una flessibilità ad alto livello, tempo libero e buona retribuzione.
Lo scenario di una società in cui il lavoro si è ridotto, induce a pensare ad una società dell’ozio come società del tempo libero. Essa riguarda però solo i ricchi; per chi non lavora affatto, l’ozio è una condanna.

In ogni caso, la vera discriminante tra prima e seconda modernità, riguarda il paradigma del rischio.
Esso qualifica la seconda modernità: incertezza, insicurezza e assenza di confini ben definiti ne sono i tratti tipici.
La nuova società chiede agli individui l’assunzione di responsabili progetti di vita: la povertà viene distribuita trasversalmente nell’arco del ciclo vitale.
Perde di valore lo stato nazionale, indebolito dal primato del mercato mondiale in cui tentano di affermarsi gli individui.
Nella società del rischio, il lavoro subisce una serie di trasformazione all’interno di più dimensioni?
Ma cosa significa società del rischio verso la globalizzazione, ecologizzazione, digitalizzazione, politicizzazione e individualizzazione del lavoro ?
Nel caso della globalizzazione, usiamo l’aggettivo “virtuale” per contrassegnare una nuova organizzazione socio spaziale del lavoro e delle produzioni translocali.
L’ecologizzazione, invece, è un fattore di forte pressione sul capitale: essa lo mette a rischio e con esso mercato del lavoro e professioni. Per Beck, essa agisce come elemento di distribuzione della ricchezza, poiché crea nuove figure professionali e nuovo lavoro.
La digitalizzazione, cardine portante della società del rischio, in qualità di alfabeto, consente di pensare alla produzione come ad una grande macchina capace di funzionare in tempo reale.
La figura del “nomade high-tech” contrassegna tale scenario.
L’individualizzazione del lavoro significa rottura dei legami contrattuali tradizionali: il lavoro è letteralmente “fatto a pezzi” ed il consumo sempre più individualizzato.

La politicizzazione dell’economia e del lavoro, è frutto della crescita del rischio. Ci sono sempre meno certezze e quindi un incremento del dibattito tra esperti sulle possibili soluzioni.
Comunque la società del rischio non ammette regolamentazioni rigide e, per sua natura, scardina il sistema fordista della fabbrica.
L’azienda diventa una realtà poliedrica in cui risulta difficile distinguere clienti, imprenditori e dipendenti.
Per la politica, l’allargarsi del lavoro informale rappresenta un problema: si può scegliere di mettere la testa sotto la sabbia o di criminalizzare ed incanalare il fenomeno.
Le misure prese a suo tempo dal governo tedesco dimenticano la “razionalità sociale” che ne è alla base: “…un movimento è significato del lavoro e dell’economia autorafforzantesi in condizione di regime del rischio”. Per questo la politica della criminalizzazione non paga poiché non elimina la necessità del lavoro informale. Difatti, il precariato è legato al lavoro femminile o a determinati gruppi sociali che vogliono mantenere lo stesso standard di vita. Per dirla con Martin Kempe, la politica dovrà prevedere un patto per il lavoro che riconosca il diritto al lavoro discontinuo.

L’autorinnovamento della politica è la via tracciata da Beck quale via d’uscita da uno scenario di

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distruzione sociale. La grande occasione generata dal crollo del muro di Berlino è la possibilità di far ripartire un dialogo nuovo tra religioni, culture ed idee. Inoltre, non c’è un solo capitalismo. Con ciò stanno saltando le categorie tradizionali che opponevano il Primo al Terzo Mondo: “Nella seconda modernità in cui tutti sono costretti a situarsi nell’identico spazio globale e a confrontarsi con sfide analoghe, al posto dell’estraneità subentra lo stupore per la somiglianza”.
In più: “Se si ribalta il giudizio di Marx, si può dire che oggi il Terzo Mondo mostra all’Europa lo specchio del proprio futuro”(Randera).
Toccherà all’Occidente ascoltare quanto hanno da dire i paesi non occidentali, non solo in tema di multiculturalità e multietnicità, ma anche in tema di sovranità multiple, che sono quelle di una Europa multinazionale a moneta unica.
Solo una nuova società politica, potrà salvarci dalla distruzione sociale e rappresentarne una alternativa valida.
Beck cita Gorz sull’ipocrisia di ideologie che non vogliono ammettere la fine del pieno impiego e l’utopia kantiana del cosmopolitismo per annunciare il tema della costruzione dell’europa attraverso il lavoro di impegno civile: “Chi vuole uscire dalla sfera di influenza della società del lavoro, deve entrare in una società che si dimostri politica in senso storicamente nuovo e che concretizzi per l’Europa l’idea di diritti civili e della società civile, in questo modo ravvivando e democratizzando la democrazia”.

La proposta di Beck del lavoro di impegno civile è strettamente connessa al riconoscimento del reddito di cittadinanza: con esso tale lavoro diventa, se non retribuito, almeno ricompensato.
Come finanziarlo? Beck si rivolge ai fondi pubblici, le sponsorizzazioni aziendali, nonché il reddito sviluppato dall’attività stessa. Il lavoro di impegno civile non va confuso con i lavori socialmente utili e con il lavoro coatto, esso è autonomo, volontario, deciso nei tempi e nei modi da chi lo pratica.
La prospettiva che esso inaugura è quella di una concreta possibilità di autorganizzazione civile e, con essa, di tenuta della democrazia.
Tale lavoro si occupa degli emarginati, degli esclusi, incanala movimenti di protesta, per dirla con Schumpeter è “una disobbedienza organizzata e creativa”.
Il lavoro di impegno civile non è un tappabuchi laddove lo Stato non arriva, né lo sostituisce.
Piuttosto si tratta di impresa sociale, che è un modello di imprenditoria a metà tra “Madre Teresa e Bill Gates”. L’imprenditore sociale è colui che mette la propria abilità al servizio del sociale.

Ma come si lega tutto questo alla politica e ad un’Europa cosmopolita ?
Le associazioni internazionali non governative offrono un esempio di pionierismo in materia transnazionale, con cui gli Stati si trovano a dover fare i conti.
Il caso dell’immigrazione è tipico. Le associazioni possono funzionare come soggetti di ampliamento della coscienza democratica europea, agendo contro la violenza razzista. Così l’Europa può trovare la sua identità politica solo attraverso la ridefinizione del rapporto con gli stranieri nel suo centro.
Nonostante il crescente egoismo sociale, si comincia a registrare un aumento dell’impegno volontario. Il dato riguarda soprattutto giovani laureati disoccupati ed anziani: essi trovano nell’impegno civile una forma di riconoscimento sociale e risultati immediatamente comunicabili.

L’alternanza tra lavoro salariato e lavoro di impegno civile, consente di evitare la formazione di una società spaccata in due classi contrapposte.
Introdurre il reddito di cittadinanza significa tre cose: combattere la disoccupazione di lunga durata; prevenire la povertà; eliminare la burocrazia della povertà.
Ma bisogna guardarsi dal considerare tale reddito come un modo per gestire la crisi di lavoro. Esso è, piuttosto, “l’atto di autofondazione della società politica”.
Il reddito di cittadinanza crea quel minimo di sicurezza sociale che rende possibile vivere nell’incertezza della libertà. Solo così si adempie in “modo pragmatico e politico alla promessa di democrazia quotidiana contenuta nel dettato costituzionale”.
Le difficoltà maggiori di tale prospettiva riguardano l’integrazione con il lavoro salariato.

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La Danimarca ha un modello di redistribuzione che consente ai lavoratori di prendersi un anno per dedicarsi ad altro e senza perdere il diritto al proprio lavoro.
Il lavoro di impegno civile, oltre a diminuire la disoccupazione, funziona da ponte verso il mondo del lavoro, poiché accresce esperienza e competenze.
Tra le molte difficoltà ad applicare tale modello, c’è il discorso della previdenza, ancora legata al salario. Dunque, allo stato attuale, l’alternanza di impegno civile e lavoro salariato è una prerogativa delle classi medie a reddito elevato.

La nuova centralità assunta da valori quali l’autorealizzazione individuale, spinge la nostra società a un rifiuto dei modelli gerarchici ed autoritari.
Le elitès politiche devono ormai misurarsi con un’opinione pubblica sempre più incontrollabile ed autonoma. Tuttavia l’individuo fugge dalla politica, ma non dal lavoro di impegno civile. Ciò consente di pensare che la direzione della società non sia quella dell’anomia o della disintegrazione: “l’individuo che sceglie, decide e mette in scena se stesso che si considera autore della propria identità, è la figura guida della nostra epoca”.
Insomma, sotto la coltre dell’individualismo si cela un enorme capitale sociale, che è anche una forma sperimentale di “welfare attivo”.
Come sarà l’agire politico nell’epoca della globalizzazione ?
Beck ribadisce la fine della comunità locale, del vincolo tradizionale: ci si trova ad agire a partire da un “altrove generico”.
Un esempio è offerto da movimenti politici internazionali, dove viene sfruttata una situazione locale per diffondersi attraverso le moderne tecnologie, dando vita ad un prototipo di “guerra internazionale in rete”.

 

Tags: classi sociali, contemporaneità, lavoro, occidente, occupazione, sapere, Ulrich Beck


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