“Giù le mani dal referendum”

Dopo il bluff svelato dal premier e il voto del Parlamento, un gruppo di intellettuali si leva in difesa del quesito sull’atomo: “Se annullato, si rischia un grave precedente”. “Questa è una nuova ferita alla democrazia”
UMBERTO Eco e Gustavo Zagrebelsky. Paul Ginsborg e Gae Aulenti. Giovanni Bachelet e Sandra Bonsanti. Con loro anche Filippo di Robilant, Aldo Gandolfi, Giunio Luzzatto, Claudio Magris, Stefano Pareglio, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini e Salvatore Veca. A poche ore dal verdetto della Cassazione che dovrà dire l’ultima parola sullo svolgimento del referendum sul nucleare, prima proclamato e poi annullato “de facto” dal governo, Libertà&Giustizia alza la voce in difesa del quesito referendario sull’atomo, con un appello sottoscritto da importanti personalità del mondo della società civile. “In Italia negli ultimi quindici anni vari elementi essenziali di una democrazia moderna sono venuti a mancare”, scrivono i promotori. “La manipolazione dei media, l’iniezione di ingenti risorse patrimoniali a servizio di una parte politica o di un singolo candidato, la preselezione dei candidati affidata solo ai segretari dei partiti ha contribuito a dare alla democrazia italiana un aspetto drogato, sbilanciato, sempre più lontano da una classica democrazia liberale, fondata su ‘fair, just and free elections”.
Lo scippo del referendum. I firmatari dell’appello definiscono 
“uno scippo” la decisione del governo di annullare per legge la consultazione. “I referendum – scrivono  – sono uno dei pochi meccanismi al di fuori delle elezioni che permettono ai cittadini di far sentire la propria voce. Ora, in modo dichiaratamente strumentale, il governo Berlusconi vuole liquidare il referendum sul nucleare, mettendo così a gravissimo rischio il raggiungimento del quorum per gli altri due”.
L’ammissione del premier. Lo scorso 26 aprile, nella conferenza stampa congiunta con il Presidente francese Nicolas Sarkozy, Silvio Berlusconi aveva infatti svelato quello che fino a quel momento molti avevano soltanto sospettato. “Se fossimo andati oggi al referendum- aveva detto il premier-, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”.
“Rischio di creazione precedente”. La questione, secondo i promotori, è di natura costituzionale. “Se la prassi usata dal governo in questa occasione dovesse diventare un precedente per ripetersi regolarmente in futuro, il referendum come strumento democratico verrebbe eliminato. In altre parole – prosegue il testo dell’appello-, se ad ogni richiesta di referendum fatta dai cittadini, la risposta della maggioranza parlamentare fosse quella di ritirare temporaneamente la legge in questione, per far venir meno le ragioni del referendum, dichiarando l’intenzione di riproporre la legge successivamente quando si saranno “calmate le acque”, il referendum perderebbe la sua funzione e non potrebbe mai più avere luogo”.

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